La teoria della mente, secondo cui avremmo acquisito la percezione dell'altro che pensa, cioè che il nostro pensare (legato al linguaggio cioè alla comunicazione con l'altro) esista anche per l'altro.
Per gli scimpanzé, e per i nostri progenitori prima che avvenisse la speciazione, questo non avviene.
Ogni soggetto resta nel suo mondo e non sa vedere l'altro come condivisore del suo mondo di pensieri, fuori che dalle dinamiche naturali, selezionate naturalmente per la sopravvivenza, il nutrimento, la riproduzione.
Questa capacità peculiare degli umani è alla base del linguaggio simbolico, un aspetto fondamentale della comunicazione interazione sociale e quindi della coscienza.
E' talmente connaturata al nostro essere umani che per capirla possiamo confrontarla con il nostro rapporto con gli animali domestici.
Quando ci rivolgiamo ai nostri gatti, cani eccetera, a volte ci parliamo, ci comportiamo come se entrambi, umani e animali domestici, condividessimo lo stesso linguaggio verbale e affettivo. Sappiamo che non è così, che il loro amore per noi è soprattutto opportunismo, espressione di dinamiche innate di spirito gregario, ma noi pensiamo invece che ci capiscano, che vogliono bene a noi per noi stessi, come se anche loro condividano con noi il pensare consapevole.
Da cosa è scaturita, da dove proviene questa facoltà nostra di pensare e di proiettare il pensare anche sull'altro oltre noi?
Ipotesi: Le madri all'alba dell'origine della specie umana, nell'accudire sempre più a lungo i cuccioli sono entrate sempre più in simbiosi con i loro sguardi, gesti, segnali, bisogni, fino a proiettare su di loro i propri pensieri, portandoli a rispondere, a identificarsi con essi.
Nel rapporto tra madre e figlio si svilupperebbe il possibile processo per attivare questa percezione.
Poi certo nell'età adulta per maschi e femmine ci sarà stata una ricaduta di questa percezione nelle dinamiche riproduttive, in quelle sociali, nella elaborazione di strategie di caccia eccetera, ma questo sarebbe arrivato dopo (in conseguenza).
